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Storia di Bosa
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Storia di Bosa

Preistoria e periodo romano

Narra una leggenda che Calmedia, moglie o figlia di Sardo, giunta nella vallata attraversata dal Temo, colpita dalla bellezza dei luoghi, abbia deciso di fermarsi e di fondare una città che da lei avrebbe preso nome.

La città di Calmedia, nella località oggi detta Calameda, sarebbe stata nell'antichità un fiorente centro culturale, e avrebbe per secoli convissuto con la vicina Bosa, con cui si sarebbe infine confusa.

In realtà, già un'epigrafe fenicia (oggi perduta), databile al IX secolo AC, documenta per la prima volta l'esistenza di un etnico collettivo Bs'n, riferito alla popolazione di questo luogo.

Il nome della città fu dunque fin dall'origine Bosa, un toponimo forse mediterraneo, d'incerta etimologia.

L'etnico latino bosanus è attestato ancora in un'iscrizione della prima età imperiale, e il nome di Bosa compare in questa forma in Tolomeo nell'Itinerario di Antonino, nella Cosmografia dell'Anonimo Ravennate, e per tutto il Medioevo.

La zona fu abitata già in epoca preistorica e protostorica, come dimostrano le numerose Domus de janas (per es. a Coroneddu, Ispilluncas, Monte Furru, Silattari, Tentizzos) e i nuraghi (per es. a Monte Furru).

Nulla di certo si conosce dello stanziamento fenicio-punico.

I Fenici dovettero usare per l'approdo la foce del fiume Temo (allora all'altezza di Terrìdi), riparata dalle mareggiate dall'Isola Rossa, e dal maestrale dal colle di Sa Sea.
Forse proprio lì, o secondo l'ipotesi maggiormente accettata nella vallata di Messerchimbe, più all'interno e sulla sponda sinistra del fiume, svilupparono un centro abitato.

Qualche studioso (Antonietta Boninu, Marcello Madau), in base alla conformazione del luogo, sostiene che in età cartaginese il sito urbano fosse bensì all'altezza di Messerchimbe, ma sulla riva destra, mentre sull'altra sponda si sarebbero concentrate l'area sacra e la necropoli.

In tal caso si potrebbe pensare a uno sdoppiamento e a una progressiva traslazione dell'abitato in età bizantina, simile a quelli osservabili nelle aree archeologiche sarde di Sulcis, Tharros e Cornus, con un nuovo agglomerato formatosi intorno alla cattedrale, sul sito della vecchia necropoli: nel caso di Bosa appunto a Messerchimbe, dove i dati archeologici testimoniano un centro altomedioevale, e dove sarebbe sorta in seguito la cattedrale di S. Pietro.

In età romana la città, che in un primo tempo pare aver mantenuto l'ordinamento punico, con la magistratura dei suffeti, divenne, forse dalla prima età imperiale, un municipio con un proprio ordine di decurioni.

Attraversata dalla strada costiera occidentale, che superava il Temo a Pont'ezzu, Bosa era collegata direttamente a sud con la già citata Cornus (presso l'odierna S. Caterina di Pittinuri) ed a nord con Carbia (N. S. di Calvia). Del porto di Terrìdi restano ancora tracce di bitte per l’attracco delle barche.

 

Medioevo

In età bizantina, l'abitato era posto con sicurezza sulla riva sinistra del Temo, presso il luogo della chiesa di S. Pietro extra muros. La città subì per tutto il medioevo le scorrerie degli Arabi.

Tuttavia non perse la sua importanza: fu capoluogo della Curatoria di Planargia, nel Giudicato di Logudoro e sede vescovile.

In un periodo compreso tra il sesto e il settimo decennio del Mille ed il 1073 si provvide alla costruzione della chiesa cattedrale dedicata a S. Pietro.
Le date vengono fornite da due documenti epigrafici presenti nella chiesa: il primo è rappresentato da un'iscrizione incisa sul concio di una lesena absidale che, secondo una recente rilettura operata dallo studioso Giuseppe Piras, attesta l'atto di consacrazione e posa della prima pietra dell'edificio romanico celebrato dal vescovo Costantino de Castra (in passato il titulus veniva erroneamente riferito all'attività di un presunto architetto di nome Sisinius Etra); il secondo è costituito da un'epigrafe, collocata nella navata centrale, che ricorda l'anno di ultimazione dei lavori promossi dal vescovo, il 1073 appunto.
La decisione di Costantino de Castra (primo vescovo di Bosa di cui si abbia notizia) di intitolare a S. Pietro la cattedrale bosana può essere forse intesa come segno di schieramento dalla parte del pontefice romano dopo lo scisma ortodosso del 1054: infatti Costantino de Castra, come sappiamo da una lettera del 1073 del Papa Gregorio VII
I, fu impegnato personalmente nella propaganda cattolica presso i Giudici della Sardegna e nello stesso anno ricevette da Gregorio VII la nomina ad arcivescovo di Torres.

Con l'edificazione del castello dei Malaspina (secondo lo storico G. F. Fara 1112 o 1121, secondo uno studio recentissimo 1271) sul colle di Serravalle, due chilometri più a valle e sulla riva destra del fiume, si pensa che la popolazione abbia cominciato gradualmente a trasferirsi sulle pendici dell'altura, che garantiva una maggior protezione contro le incursioni arabe, finché nella zona di Calameda non restò solo la cattedrale di S. Pietro.

 

Periodo aragonese e spagnolo

Nel 1297 il Papa Bonifacio VIII istituì un Regno di Sardegna e Corsica, che concesse al re Giacomo II d'Aragona.

I Malaspina, temendo l'invasione aragonese, potenziarono il castello con una torre maestra che ricorda quelle cagliaritane dell'elefante e di S. Pancrazio , costruite da Giovanni Capula, il quale aveva forse edificato anche quella bosana).

Tuttavia il 2 Novembre 1308 Moruello, Corrado e Franceschino Malaspina cedettero il castello di Bosa a Giacomo II.

Negli anni successivi la famiglia lunense dovette nondimeno mantenere i proprii diritti sul castello, se una cronaca sarda del Quattrocento sostiene che nel 1317 essa lo cedette al Giudicato d'Arborea.

Ad ogni modo, a seguito dell'alleanza tra l'Arborea e l'Aragona, Pietro Ortis prese possesso del castello di Bosa per conto dell'infante Alfonso d'Aragona, col consenso degli Arborensi.

I Malaspina uscirono però definitivamente dalla storia bosana solo quando l' 11 Giugno 1326 Azzo e Giovanni delegarono il fratello Federico nelle trattative col re d'Aragona per la cessione di Bosa e della Curatoria di Planargia.

Passarono solo due anni, e il 1 Maggio 1328 Alfonso il Magnanimo, re d'Aragona, concesse in feudo il castello al giudice arborense Ugone II : la città e il suo territorio entrarono allora a far parte delle terre extra iudicatum dell'Arborea.

Il figlio di Ugone, Mariano IV, ruppe però l'alleanza con gli Aragonesi, e nel suo tentativo di unificare la Sardegna sotto di sé fece imprigionare, nel dicembre del 1349, il fratello Giovanni, Signore di Bosa dal 1335, e fedele alla vecchia alleanza.

Il castello di Bosa era una roccaforte di grande importanza strategica per il controllo della Sardegna, e tanto Mariano quanto Pietro IV il Cerimonioso, desiderosi di impossessarsene, cercarono di farselo cedere dalla moglie di Giovanni, la catalana Sibilla di Moncada; ma ella tirò per le lunghe le trattative, finché il 20 Giugno 1352 Mariano lo prese con la forza.

Bosa fu quindi sotto il controllo dei giudici d'Arborea ( 1383-1404), che ne fecero la loro roccaforte nella guerra contro gli Aragonesi; alle trattative di pace tra Eleonora e Giovanni I d'Aragona, il 24 Gennaio 1388, la città inviò il proprio podestà con centouno rappresentanti che firmarono gli atti, separatamente dal castellano e dai funzionarii e rappresentanti feudali.

L'esistenza a quel tempo di un'organizzazione comunale, oltre che da questo fatto, è dimostrata dai quattro capitoli degli statuti di Bosa citati in un atto notarile seicentesco.

La città era dunque divisa tra la parte di pertinenza del castello, e quindi soggetta al feudatario (che si suole oggi identificare, pur senza vere prove, col quartiere di Sa Costa, privo di chiese perché avrebbe fatto capo a quella del castello), e il libero comune (identificato oggi col quartiere di Sa Piatta), retto dagli statuti.

La guerra però riprese, e quando gli Aragonesi il 30Giugno 1409 sconfissero il nuovo Giudice Guglielmo III Cappai di Narbona a Sanluri, il Giudicato d'Arborea, ultimo dei regni sardi indipendenti, cessò di esistere, e l'anno successivo Bosa passò definitivamente sotto il controllo della Corona d'Aragona.

Poco dopo la conquista aragonese, il 15 Giugno 1413, Bosa e la Planargia furono unite al patrimonio regio, e la città, riconosciuti privilegii e consuetudini, fu organizzata come un comune Catalano.

L'organo cittadino era il consiglio generale, col potere di deliberare, dal quale erano scelti i cinque consiglieri, uno per ogni classe di censo, che formavano l'organo esecutivo; il primo consigliere rivestiva la funzione di sindaco, e rappresentava la città. D'altra parte il castello era tenuto da un capitano o castellano, di nomina regia, che curava la difesa; il re nominava anche il doganiere o maggiore del porto, il mostazzaffo (ufficiale incaricato di sorvegliare il commercio), e il podestà, che amministrava la giustizia e controllava per conto della corona l'operato dei consiglieri.

Alle dipendenze del consiglio era poi l'ufficiale che governava la Planargia. In teoria tutte le cariche dovevano essere ricoperte da Sardi nativi o residenti a Bosa o nella Planargia; ma sebbene questo diritto fosse stato ribadito più volte, di fatto venne spesso calpestato.

Tra la città e il castello la convivenza non fu pacifica, e al parlamento sardo del 1421 i sindaci Nicolò de Balbo e Giacomo de Milia ottennero dal re la destituzione del castellano Pietro di San Giovanni.

Sotto il regno di Giovanni II d'Aragona a Bosa funzionò anche una zecca, che emetteva monete di mistura del valore di un minuto, destinate a una circolazione locale. Qualcuna di esse si conseva tuttora.

Il 23 Settembre 1468 il castellano di Bosa, Giovanni di Villamarina, capitano generale della flotta reale, ottenne in feudo perpetuo (secundum morem Italie) la città, il castello e la Planargia di Bosa (con le ville di Suni, Sagama, Tresnuraghes, Sindia, Magomadas, Tinnura e Modolo), di cui divenne barone.

Il Villamarina tuttavia prestò omaggio alla città e ne mantenne sostanzialmente le istituzioni. In questi tempi Bosa si trovò ad avere il singolare privilegio di partecipare a tutti i tre stamenti del parlamento sardo, attraverso il feudatario (braccio militare), il vescovo (braccio ecclesiastico) e i delegati dei cittadini (braccio reale).

Nel 1478 il castello di Serravalle vide la fine delle ultime speranze di indipendenza dei Sardi, quando il marchese di Oristano, Leonardo Alagòn, vinto a Macomer, trovò in città l'ultimo rifugio, prima di essere catturato da una nave spagnola, mentre fuggiva per mare verso Genova.

Ereditata da Bernardo di Villamarina il 24 Dicembre 1479 alla morte del padre, Bosa ottenne sempre maggiori privilegii commerciali, spesso ai danni della vicina e rivale Alghero, che ne fecero una città prospera.

Il 30 Settembre 1499 una prammatica di Ferdinando il Cattolico la inserì tra le città reali, concedendole i privilegii connessi a tale titolo; essa restò tuttavia infeudata ai Villamarina, di cui anzi il 18 Luglio 1502 divenne possedimento allodiale.

La fioritura continuò anche sotto la figlia di Bernardo, Isabella, che la resse tra il 1515 ed il 1559, facendole guadagnare terreno nei mercati dell'isola anche su Oristano.

Ma proprio allora l'economia bosana doveva subire un duro colpo.

Nel 1527, durante la guerra tra la Francia di Francesco I e l' impero di Carlo V, mentre i lanzichenecchi saccheggiavano Roma, i Francesi contesero alla corona di Spagna il possesso della Sardegna.

Entrati a Sassari alla fine di dicembre, la saccheggiarono, incutendo terrore nelle altre città sarde.

I Bosani, per impedire un assalto della flotta francese comandata da Andrea Doria, reagirono l'anno successivo ostruendo con dei massi la foce del Temo, forse a "S'Istagnone", determinando però in questo modo il rapido decadimento del porto, e l'inizio di un lungo periodo di straripamenti del Temo che resero l'ambiente malsano.

Da allora le imbarcazioni presero ad attraccare all'Isola Rossa.

Morta senza eredi Isabella di Villamarina, il re Filippo II di Spagna sequestrò il territorio riunendolo al patrimonio regio.

Da allora Bosa divenne a tutti gli effetti una città reale, cessando di essere sotto un'autorità feudale.

Nel 1565, per ordine del re, e su richiesta dello stamento militare, vennero tradotti in lingua catalana gli statuti di Bosa, originariamente in italiano o in sardo. Probabilmente intorno al 1580, nell'ambito del progetto di fortificazione delle coste sarde, fu costruita la torre dell'Isola Rossa, già citata dal Fara nella sua Corografia della Sardegna.

Dal 1583 l'amministrazione di essa fu demandata ad un alcade, che vi risiedeva insieme alla sua guarnigione composta da un artigliere e quattro soldati.

Il 1591 fu per la cultura bosana un anno straordinario. In quell'anno infatti fu consacrato vescovo Giovanni Francesco Fara, il padre della storiografia sarda.

Egli diresse la chiesa bosana soltanto per sei mesi, durante i quali visitò tutte le parrocchie; ma subito convocò il sinodo diocesano (10-12 giugno 1591), e con le sue costituzioni riorganizzò la diocesi secondo i canoni tridentini.

Con tutta probabilità si deve a lui la costituzione dell'archivio diocesano e l'avvio della redazione dei cinque libri, il cui documento più antico conservato oggi è del 1594.

All'interessamento del Fara dovette probabilmente la libertà e la possibilità di uscire di prigione il poeta bosano Pietro Delitala , uno tra i primi autori sardi ad usare nella sua opera la lingua italiana.

Dal carcere indirizzò alcuni sonetti di supplica al vescovo, e da altre liriche si evince che nel 1590 era tornato in libertà.

Trascorse i suoi ultimi anni a Bosa, dove prese moglie ed ebbe cinque figli, fu podestà della città e Cavaliere nello Stamento Militare del Parlamento del Regno di Sardegna.

A Bosa operava già dal 1569 come canonico della cattedrale anche Gerolamo Araolla, il maggiore poeta in lingua sarda dell'età spagnola, che vi compose le sue opere (Sa vida, su martiriu et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuariu, e Rimas diversas spirituales), e fu forse anche alcade del castello di Serravalle nella prima decade del 600.

Il periodo postridentino vide anche l'arrivo a Bosa dei Capuccini, che vi edificarono il loro convento (1609); e la fondazione delle confraternite della S. Croce e del Rosario, e dei gremii dei sarti e calzolai e dei fabbri.

Il nuovo secolo fu però un periodo di grande decadenza, come per tutti i dominii spagnoli, anche per Bosa.

Apertosi con la grave inondazione del 1606, funestato dalla peste (1652-56), da un violento incendio (1663), dalla grande carestia del 1680, dalle continue incursioni ottomane e dalla forte recessione economica, vide precipitare la popolazione dai circa 9000 abitanti del 1609 ai 4372 del 1627, ridotti ancora a 2023 nel 1688.

Non dovette giovare molto la concessione dello statuto di porto franco da parte del re Filippo IV, nel 1626.

Poco dopo, nel 1629, con la concessione della Planargia in feudo a don Antonio Brondo, Bosa perdeva anche i contributi in grano dell'entroterra.

Tuttavia verso la fine del secolo, in seguito a vari passaggi di mano del feudo che, poverissimo e spopolato, era caduto nel disinteresse dei suoi signori, la città ne riprese di fatto il controllo.

 

Periodo sabaudo

Passata con l'intera Sardegna agli Asburgo nel 1714, quindi ai Savoia nel 1718-20, la città riacquistò via via una certa importanza: già nel 1721 le barche coralline napoletane furono autorizzate a far quarantena anche nel porto di Bosa, e di conseguenza fu inaugurato un lazzaretto a S. Giusta.

La popolazione era andata in quegli anni progressivamente aumentando, tanto che dai 3335 abitanti del 1698, si era giunti nel 1728 a 3885, e nel 1751 a 4609.

Nel 1750 Carlo Emanuele III autorizzò un gruppo di coloni provenienti dalla Morea a insediarsi su una parte del territorio di Bosa: fu così fondato il paese di S. Cristoforo, in seguito chiamato Montresta.

Gli immigrati, però, furono insediati in territorii fino ad allora usati dai pastori bosani: non ebbero perciò vita facile, e furono oggetto dell'aperta ostilità della città, spesso sfociata in fatti di sangue, cosicché un secolo dopo, secondo l' Angius, delle famiglie greche restavano due soli membri.

Interessante per questo periodo è la relazione nel 1770 della visita che il Viceré Vittorio Ludovico de Hayes compì anche a Bosa: venne segnalato lo stato d'abbandono degli ufficii ed in particolare degli archivii.

Il 4 Maggio 1807 Bosa divenne capoluogo di provincia per un decreto del re Vittorio Emanuele I, che però concedeva al prefetto la facoltà di risiedere a Cuglieri nei mesi estivi.

La città rimase capoluogo fino al 1821, quando, a seguito della riorganizzazione delle province, la sede principale divenne Cuglieri, e Bosa rimase centro di distretto.

Nel 1859, ridiviso il territorio della Sardegna nelle due sole province di Cagliarii e Sassari, la città fu accorpata alla prima, e vi rimase fino all'istituzione della Provincia di Nuoro nel 1927.

 

Dall'unità d'Italia a oggi

La città conobbe nell'Ottocento un incremento demografico progressivo ma lento: la popolazione passò via via dai 5600 abitanti del 1821 ai 6260 del 1844, ai 6403 del 1861, ai 6696 del 1881, ai 6846 del 1901.

Si sviluppò tuttavia l'attività della concia delle pelli (sulla sinistra del Temo, negli edifici noti come sas Conzas), mentre le vecchie mura vennero abbattute e già alla metà del XIX secolo la città si ampliò verso il mare, secondo le indicazioni del piano d'ornato di Pietro Cadolini.

Il rinnovamento delle vecchie infrastrutture, come il ponte sul Temo (1871), e le nuove costruzioni, quali l'acquedotto (1877) e la rete fognaria, che posero rimedio all'ambiente insalubre della città, o la strada ferrata a scartamento ridotto per Macomer, segnarono un risveglio che soltanto dopo la grande guerra conobbe un sensibile rallentamento.

Nel 1869, dopo decennii di richieste, si cercò di ridar vita anche al porto, ormai scomparso da più di trecento anni, congiungendo l'Isola Rossa alla terraferma, senza però che si ottenessero risultati apprezzabili.

Le opere pubbliche di questi anni diedero al centro un aspetto dignitoso ancora oggi pienamente fruibile; tuttavia per il comune di allora, accanto al miglioramento delle condizioni di vita, significarono anche un forte indebitamento, che con gli anni, sommandosi alla pressione fiscale voluta dal ministero, diede origine a una rivolta popolare (14 Aprile 1889).

La popolazione conobbe un'evoluzione relativamente modesta anche nel corso del Novecento (8632 abitanti nel 1971, ma 7935 nel 2001) ed è proprio grazie a questa sua scarsa vitalità che Bosa ha potuto mantenere una fisionomia storica sconosciuta in molti altri centri della Sardegna.

Negli ultimi decenni l'espansione urbana ha portato al congiungimento del centro alla marina, con interventi edilizi come due nuovi ponti, il primo all'altezza di Terrìdi (anni '80) e il secondo (esclusivamente pedonale) presso il centro storico (anno 2000), che hanno almeno in parte alterato il sapore tradizionale del suo ambiente.

Oggi per di più, anche in seguito all'apertura della litoranea per Alghero, la città è avviata verso un rilancio turistico, che se rappresenta un'opportunità economica per gli abitanti, rischia di compromettere definitivamente il suo carattere.

Nel maggio 2005, in attuazione della Legge Regionale di riforma delle circoscrizioni provinciali della Sardegna, il comune di Bosa è passato dalla Provincia di Nuoro alla Provincia di Oristano.



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